L'ENIGMA DELLE STRUTTURE MEGALITICHE OSSOLANE
di Adriano Gaspani
gaspani@brera.mi.astro.it
La Val d'Ossola contiene testimonianze del passato di grande importanza e di
interesse ben piu' ampio di quello locale o regionale.
Sin dalla fine del secolo scorso la valle godette di grande notorieta' in
campo archeologico grazie alla scoperta nel 1890-91 delle necropoli celtiche
di S. Bernardo e di Ornavasso delle necropoli di Pedemonte di Gravellona
Toce tra il 1954 e il 1958, e di Montecrestese nel 1974.
Le testimonianze archeologiche della Val d'Ossola sono molto varie e coprono
un arco di tempo molto esteso.
I reperti piu' antichi sono quelli legati alla presenza di gruppi di
cacciatori del Mesolitico, tra il IX e il VI millennio a.C., recentemente
messe in luce all'alpe Veglia presso Varzo.
I reperti del Mesolitico sono di fondamentale importanza nell'ottica dello
studio e della comprensione della presenza umana nell'arco alpino in quel
periodo.
All'imbocco della Val d'Ossola, presso Mergozzo e a Pedemonte di Gravellona
Toce sono stati rinvenuti manufatti in pietra e ceramica collocabili
cronologicamente al tardo Neolitico e al successivo Eneolitico, circa III
millennio a.C.
L'eta' del Bronzo e' rappresentata, oltre che a Mergozzo, anche nell'Ossola
Superiore da rinvenimenti come il pugnale rinvenuto al Passo dell'Arbola in
Val Formazza, la matrice di fusione trovata a Toceno e l'ascia rinvenuta a
Folsogno, localita' entrambe poste nella Val Vigezzo, reperti che si
collocano in diverse fasi entro il II millennio a.C.
A tutt'oggi sono pero' carenti le testimonianze di quella parte dell'eta'
del Ferro corripondente alla prima meta' del I millenio a.C., sono numerose
invece quelle della fase successiva che si stende dal V-I sec. a.C.
Oltre ad alcune tombe della necropoli di Gravellona Toce e all'unica di
Montecrestese, che risalgono al V-inizi del IV sec a.C., il gruppo piu'
numeroso e costituito da quelle delle grandi necropoli di Ornavasso
S.Bernardo e di Pedemonte di Gravellona Toce, da alcune tombe di Bannio e da
quelle isolate di Crodo, di Mozzio, di Toceno e di Calice, del periodo della
romanizzazione (fine del II-ultimi decenni del I sec. a.C.).
Molto cospicuo e' poi il gruppo delle tombe gallo-romane risalenti agli
ultimi decenni del I sec. a.C., epoca durante la quale avvenne la conquista
romana dell'arco alpino, e soprattutto di quelle che risalgono al I e al II
secolo poste nelle localita' di Mergozzo-Praviaccio e alla Cappella,
Candoglia-S.Graziano, Pedemonte di Gravellona Toce, Ornavasso-In Persona,
Bannio, Rivera di Viganella, Domodossola, Masera, Montecrestese, Crodo,
Mozzio, Cravegna, Baceno, Premia, di numerose localita' della Val Vigezzo
quali Druogno, Toceno, S.Maria Maggiore, Craveggia, Folsogno e della Val
Cannobina come Malesco, Finero, Gurro.
A questo periodo risalgono anche alcune testimonianze epigrafiche di cui,
famosissima, quella della Masone di Vogogna del 196 d.C. che ricorda il
restauro della strada del Sempione.
I ritrovamenti del III e IV sec. a.C. sono meno numerosi e sono
rappresentati da alcune tombe rinvenute a Candoglia-S.Graziano, a Mergozzo-
-Praviaccio, a Dresio di Vogogna, da resti di costruzioni come a Candoglia-
-S.Graziano, Mergozzo, Gravellona Toce-Pedemonte e S.Maurizio e da monete
isolate di cui alcune rinvenute in corrispondenza di passi alpini quali
Devero, il Passo di Monte Moro e il Passo di Antrona.
Salvo che in pochi casi, la documentazione archeologica e' costituita da
materiali di provenienza prevalentemente funeraria, cioe' da tombe talvolta
riunite in necropoli, o da oggetti isolati, mentr quasi niente si sa invece
degli abitati.
Accanto a queste testimonianze che appartengono con assoluta certezza al
campo dell'archeologia, sono presenti in Ossola altri reperti di cui e'
ancora problematico stabilire con sufficente affidabilita' una collocazione
cronologica.
In questo gruppo possiamo comprendere i massi con coppelle ed incisioni,
che come sempre, risultano essere di difficile datazione, ma anche alcune
strutture formate da allineamenti di monoliti, i circoli formati da grosse
pietre e alcune imponenti strutture in pietra a secco.
Le possibilita' di giungere a una affidabile valutazione della loro
datazione sono legate principalmente al fatto di poter associare queste
strutture a materiali in qualche modo databili quali i manufatti in pietra o
in osso, in ceramica o in metallo, soprattutti se di origine organica in
modo che il metodo del radiocarbonio possa essere validamente impiegato.
Anche se nuove scoperte si sono aggiunte negli ultimi anni a quelle gia'
note da tempo, purtroppo, in Ossola nessuna ha finora restituito materiali
che ne rendano possibile la datazione.
Le strutture in pietra a secco ossolane, per il momento non sembrano avere
confronti soddisfacenti in aree vicine e complessivamente sono poco
numerose per cui, almeno per ora, non e' possibile fornire risposte
documentate alle domande realtivamente a quando, da chi e per quale scopo
queste strutture vennero edificate.
L'Ossola e' piena di costruzioni in pietra a secco, tra i quali i
numerosissimi muri di terrazzamento che sostengono gli appezzamenti di terra
coltivabile, ma non ci sono solo questi, ne esistono altri la cui uso e' di
difficile interpretazione.
Le ricognizioni degli ultimi due anni hanno portato alla scoperta di
manufatti di pietra con caratteristiche molto particolari nel cui ambito
sono stati individuati tre elementi:
1) Strutture con copertura a falsa volta, cioe' ottenuta con file
sovrapposte di pietre che sporgono man mano che si procede verso l'alto
fino alla lastra di chiusura.
2) Terrazzamenti quadrangolari disposti in serie digradanti, contenenti
strutture a falsa volta.
3) Gruppi di grossi blocchi di pietra infissi verticalmente nel terreno,
(Menhir) in due casi nelle immediate vicinanze di strutture a falsa
volta.
Le strutture a falsa volta sono caratterizzate da una copertura ottenuta con
file di pietre sporgenti le une sulle altre e una lastra centrale di chiusura.
Le 15 strutture finora note agli archeologi, due si trovano a Croppo di
Pontetto, una a Croppola-Sotto, due a Castelluccio, due a Villadossola-
-Murata, una a Sogno, tre a Varchignoli, due a Boschetto, due a Viganella.
Altre sono state segnalate ma non sono ancora state adeguatamente studiate.
Le strutture a falsa volta finora analizzate sono inserite, con una sola
eccezione, in muri di terrazzamento.
Per lo piu' sono caratterizzate da una pianta accentrata che puo' essere
piu' o meno circolare, ellittica o irregolarmente poligonale, con variazioni
che sembrano dipendere, piu' che da diversita' di progetto, dalle dimensioni
delle pietre utilizzate.
Quella di Castelluccio I ed altre due, hanno invece una pianta rettangolare
allungata in cui la tecnica della falsa volta e' presente con qualche
adattamento, come la suddivisione dello spazio del soffitto in sezioni di
forma quadrangolare per consentire ai lastroni di chiusura di poggiare su
filari di pietre aggettanti.
Sulla base di una presumibile differenza di funzione, gli archeologi hanno
classificato queste strutture in quattro gruppi.
Il primo gruppo comprende le strutture a pianta accentrata, con accesso
stretto il quale presumibilmente poteva essere chiuso con una porta o con
qualche sistema di sbarramento.
Il secondo gruppo comprende le strutture ad esedra con accesso largo circa
quanto la larghezza del vano; alcune sono a pianta semicircolare, altre sono
maggiormente allungate penetrando profondamente nel terreno del
terrazzamento.
Il terzo gruppo include le strutture a pianta accentrata prive di accesso,
verosimilmente destinate ad essere utilizzate una volta sola a meno di non
penetrarvi dall'alto rimuovendo la lastra di chiusura.
Queste ultime non avendo aperture d'accesso, sono le piu' difficili da
individuare: per ora, infatti, ne e' nota soltanto una, identificata a
Varchignoli grazie al crollo di una parte della volta.
L'ultima categoria comprende le strutture a camera rettangolare con accesso
stretto su uno dei lati lunghi.
Una serie di terrazzamenti con caratteristiche particolari e' stata
individuata a Varchignoli in Valle Antrona.
Terrazzamenti con esedre, analoghi ma meno imponenti e regolari, si
ripetono, in valle Antrona, anche in un altro punto di Varchignoli, dove vi
e' un'esedra di dimensioni modeste ma con una lastra di chiusura gigantesca,
a Villadossola-Murata e a Viganella, dove una delle due strutture finora
identificate ha come stipite un masso di eccezionale grandezza.
Strutture ad esedra sono presenti, infine, anche a Montecrestese, una a
pianta accentrata (Castelluccio I) ed una a pianta allungata (Pontetto I).
Per quanto riguarda i menhir, per ora saranno presi in considerazione
solamente quelli riuniti in gruppi inequivocabilmente eretti dall'uomo.
I menhir ossolani si presentano come monoliti di forma allungata, infissi
verticalmente nel terreno.
La loro altezza e' compresa tra gli 80 e 140 cm. dal suolo, con un
interramento al massimo di cm. 40.
Generalmente sono massi con la sommita' appuntita o arrotondata, in cui
l'intervento umano fu limitato all'innalzamento e al puntellamento della
base, con scaglie di pietra per assicurare la loro stabilita.
Alcuni monoliti mostrano, invece, uno o due incavi semicircolari presso la
sommita' ed altri si presentano come lastre con due profonde tacche a
spigolo vivo, che danno un aspetto rozzamente antropomorfo.
Non mancano comunque i monoliti caratterzzati da una forma intermedia non
ben definibili anche a causa dello stato di conservazione.
In nessun caso e' stato possibile riscontare la presenza di tracce di
levigazione della superficie oppure la presenza di coppelle o decorazioni.
L'ipotesi che i menhir ossolani possano stabilire direzioni astronomicamente
significative sembra abbastanza fondata, almeno cosi' sembrano mostrare i
risultati preliminari di una ricerca condotta da A.gaspani e tutt'ora in
corso di realizzazione.
Fino ad ora sono stati identificati, tre raggruppamenti di menhirs, tutti
nell'area di Montecrestese.
Due di essi sono in connessione con strutture a falsa volta (Castelluccio I
e Croppole) ed uno e' costituito da una fila di quattro monoliti, senza
apparente rapporto con strutture litiche (Castelluccio II).
Alla classificazione della forma dei singoli elementi dovra quindi seguire
la tipologia dei raggruppamenti di cui andra' analizzata in dettaglio
l'orientamento rispetto alle direzioni astronomiche fondamentali, e il
rapporto con le strutture circostanti.
Nel mese di ottobre del 2000 l'attenzione e' stata focalizzata sui due
complessi di Castelluccio I e di Croppole, programmando per le fasi
successive il rilievo di tutte le strutture ossolane alla ricerca di
elementi astronomicamente significativi.
L'obbiettivo iniziale e' stato quello di eseguire la georeferenziazione
oggettiva ed affidabile degli elementi presenti in zona in modo da permette
poi l'analisi archeoastronomica con un elevato livello di affidabilita'.
In ralta' il lavoro di georeferenziazione e' stato completato solamente in
piccola parte in quanto l'alluvione dell'autunno scorso ha interrotto i
lavori di rilevamento, per cui in questa sede e' possibile solamente fornire
alcuni risultati preliminari.
Le tecniche utilizzate sono state basate sull'identificazione, nei vari
siti, di una serie di punti di riferimento di cui sono state determinate
con alta precisione le coordinate geografiche mediante rilevamento
satellitare (GPS) accurato a livello decimetrico e riferiti all'elissoide
internazionale WGS84 (World Geodetic System).
Dai punti rilevati sono state determinate alcune direzioni di riferimento
(basi) il cui azimut astronomico e' stato determinato con alta precisione
e che permetteranno in seguito di ottenere le orientazioni rilevabili nei
siti in maniera molto accurata.
Vediamo ora di dare qualche informazione relativamente ai due siti.
Il complesso di Castelluccio I e' costituito da una struttura a camera
rettangolare inserita in un terrazzamento e da 10 monoliti (menhir) eretti
verticalmente sul piano sovrastante.
La camera interna si presenta come un corridoio lungo circa 6 metri, largo
1.20 metri e alto circa m. 1.60 rispetto al piano della soglia.
La copertura e' composta di lastroni sostenuti, nei lati corti, dalle pareti
e, nello sviluppo longitudinale della camera, da travi litiche poste
trasversalmente che sorreggono a loro volta anelli di pietre aggettanti
secondo la tecnica della falsa volta.
L'apertura di accesso, di forma trapezoidale e' volta ad occidente, e si
apre nel muro di contenimento del terrazzo, in corrispondenza di uno dei
lati lunghi della camera ed in posizione asimmetrica rispetto a questa.
Sul piano superiore si innalzano i 10 monoliti di cui tre mutili ed uno
abbattuto ma intero.
Quattro sono situati lungo il fronte del muraglione, in posizione simmetrica
rispetto alla camera; di essi ne rimane solo la parte inferiore dalla quale
si puo' dedurre che dovettero essere formati da una lastra di pietra sottile
e stretta.
La loro morfologia e' simile a quella dei monoliti utilizzati in Valdossola
per il sostegno dei filari di viti ma la particolare disposizione parallela
o obliqua rispetto al muro e' tale da escludere assolutamente un uso in
questo senso.
Gli altri sei menhir, seguendo il perimetro della roccia di sfondo, si
dispongono ad arco di cerchio.
Insieme ai precedenti descrivono una sorta di ellisse irregolare, in cui
cinque si collocano radialmente e gli altri cinque frontalmente rispetto ad
un ipotetico centro, asimmetrico rispetto alla camera sottostante.
Le dimensioni e la forma variano notevolmente, alcuni sono grossolanamente
piramidali, altri a lastra con o senza i caratteristici incavi
semicircolari.
Non e' quindi assolutamente chiaro se, date le differenze di forma,
dimensioni ed orientamento, costituissero fin dall'inizio un tutt'uno o
siano stati innalzati in momenti diversi.
Il complesso di Croppole comprende una struttura a camera a pianta ellittica
inserita in un terrazzamento, un cospicuo gruppo di monoliti sul piano
antistante e tre vasche tagliate nella roccia.
La camera, costruita nello spazio tra due mammelloni glaciali, e' alta
metri 2 metri circa dal livello dalla roccia del fondo, larga m. 2.75 e
profonda m. 1.85.
La copertura e' anche in questo caso a falsa volta ed e' costruita con
blocchi disposti in file regolari aggettanti fino ad arrivare alla lastra di
chiusura.
All'interno, nello spessore dei muri, che nel punto di accesso varia tra i
60 e i 70 cm., sono ricavate tre nicchie ripostiglio e per terra, a destra
dell'entrata, e' posto un blocco di pietra che potrebbe aver avuto la
funzione di sedile.
L'accesso, aperto nel fronte del muraglione di terrazzamento e' anche in
questo caso rivolto ad ovest ed ha un profilo lievemente trapezoidale.
Vi si sovrapponevano tre soglie, corrispondenti a tre livelli di riempimento
interno.
Il sondaggio di scavo eseguiro dagli archeologi durante gli anni '80,
praticato su meta' circa della superficie della camera, ha dato scarsissimi
resti riferibili ad una presenza umana anche solo occasionale.
Il gruppo dei monoliti, che sorge sul piu' settentrionale dei due mammelloni
glaciali, e' costituito da un grosso blocco, posto orizzontalmente in
posizione dominante la vallata che si apre ai piedi del promontorio di
Montecrestese, e da alcuni menhir.
Di questi, otto sono ancora al loro posto, almeno altri quattro giacciono a
terra interi presso il punto in cui sorgevano originariamente ed altri sono
in frammenti.
Ad un primo colpo d'occhio sembrerebbero disporsi su due file parallele in
direzione nord-sud, ai piedi del masso orizzontale, ma potrebbero anche aver
formato un cerchio intorno ad esso se si tiene conto di quelli divelti e
spezzati.
Tra quelli situati all'estremita' settentrionale vi e' una sorta di vasca
trapezoidale in cui ancor oggi vengono convogliate le acque che scendono
dal mammellone, la quale fu costruita in parte tagliando la roccia del fondo
e in parte con blocchi abbattuti e con pietre a secco.
Una vasca analoga per forma e dimensioni e' posta lungo il pendio
sottostante.
Nelle vicinanze vi sono grossi monoliti che potrebbero aver rappresentato
altrettanti menhir abbattuti.
Nelle vasche vi confluivano le acque di drenaggio provenienti dal
terrazzamento sovrastante, tramite un canaletto il cui sbocco, anch'esso con
copertura a falsa volta, era situato alla base del muro di sostegno.
L'analisi dei due siti dal punto di vista archeoastronomico non e' ancora
conclusa, ma gia' appare chiaro che le configurazioni formate dai vari
elementi litici non sono casuali e con grande probabilita' anche
astronomicamente significativi.
Il principio informatore sembrerebbe essere stato di tipo prevalentemente
solare con particolare riferimento ai punti di tramonto dell'astro diurno
all'orizzonte naturale locale durante i vari giorni dell'anno.
Pur essendo prematuro sbilanciarsi oltremisura, possiamo sicuramente
affermare che sia Castelluccio I che Croppole sono astronomicamente
significativi con un elevato livello di probabilita'.
Figure:
Figura 1 : Planimetria e prospetti del sito di Castelluccio
Figura 2 : Planimetria e prospetti del sito di Croppole.
Figura 3 : L'autore durante una delle fasi del rilevamento planimetrico.
Figura 4 : Alcuni menhir nel sito di Castelluccio
Figura 5 : La struttura megalitica di Castelluccio
Figura 6 : La struttura megalitica di Croppole.
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